Le barricate chiudono le strade, ma aprono i cammini.

La barricada cierra la calle, pero abre el camino!

Per l’ennesima volta, questa mattina, i giornali hanno pubblicato il ringhio dell’attuale ministro degli interni contro centri sociali e case occupate.
Del resto la campagna elettorale ha già fatto vedere diverse scintille tra il capo della lega e la sindaca di Roma; ultima provocazione della prima cittadina l’altra sera in cui attaccava proprio sullo sgombero di casapound. E oggi non si è fatta attendere la risposta: elenco completo dei prossimi sgomberi.

Ora, lo diciamo chiaramente, a noi dello sgombero di casapound importa meno di zero. Diciamo che la contraddizione è tutta a carico dei fascisti del terzo millennio (oltre che di fogna nuova) che scimmiottano le lotte sociali a loro comodo, per poi nascondersi dietro le gambe del ministro. A noi casapound non piace non perché è un’occupazione e non ne chiederemo mai lo sgombero. A noi casapound non piace perché è un covo di fascisti in cui si progettano e alimentano campagne di odio dai contorni mortiferi.

Ma oggi il gioco è a chi dimostra la propria legalità più forte sulle spalle di chi ancora si schiera con le fasce deboli e chi subisce i ricatti di un sistema ingiusto e iniquo. Non staremo certo a ricordare quanto sia Salvini che la Raggi nascondano sempre sotto al tappeto le loro magagne in fatto di legalità a danno del bene pubblico e per i loro interessi di partito, perché a noi questo gioco non interessa. Ma la verità è che sulle spalle dei centri sociali, di chi ogni giorno costruisce percorsi di inclusione e lotte, di chi rivendica diritti, di chi si riappropria di spazi altrimenti destinati alla speculazione, su queste persone, donne e uomini, si articola un pezzo della campagna elettorale.
Se non fosse per la loro miseria, potremmo solo riderne.

Il punto però è che a queste dichiarazioni, verosimilmente, seguiranno dei fatti. E noi non siamo spettatori. Non lo siamo mai stati.

I nostri spazi sono segni politici nella metropoli romana. Sono prese di parola collettiva per rivendicare nuovi diritti. Il nostro, Acrobax, è nato da precarie e precari che cercavano una casa. Uno spazio in cui decine di vertenze hanno trovato sostegno e partecipazione. In cui sono nati progetti sociali, dallo sport alla cultura, che coinvolgono centinaia di persone.

Il ministro degli interni pensa di intimorirci. Qualcuno pensa di cercare qualche voto in più. Ma la verità è che noi siamo parte di una collettività larga, cittadina, determinata e radicale. Siamo voce dal basso che monta e che rivendica una città costruita in modo differente. Sia nelle sue relazioni che nei suoi spazi fisici.
Il legame che ci unisce a tutti gli spazi sociali e le case occupate è saldo e profondo, unito nella ricerca costante della trasformazione dello stato di cose presenti. Uniti nel patto comune: se toccano uno, toccano tutti.

Non basteranno manganelli o ruspe per sgomberare un’idea.
Siamo pronte e pronti a difendere i nostri spazi perché sono la carne e il sangue delle nostre idee.
Sono il legame delle nostre battaglie, il nostro conflitto quotidiano, il nostro vincolo con chi non c’è più.

Perché le barricate chiudono le strade, ma aprono i cammini.

 

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