Note sulla moneta tra soggettività e reddito garantito

Premessa

Una vicenda abbastanza datata quella sul reddito garantito si è riaccesa nel dibattito di movimento e non solo. Il “non solo” si riferisce prevalentemente all’ultimo periodo della vita politica istituzionale e del suo spazio pubblico che perlomeno dalle elezioni del 2013 in poi ha indicato il reddito, certamente minimo e condizionato, come uno dei terreni di riforma possibile. Chiaramente nemmeno a dirlo dopo mesi di governo delle basse e strette intese, il dispositivo di briciole è stato definito nella Legge di Stabilità  2014 con risorse allocate risibili: come la montagna partorisce il topolino.

Nel maxi-emendamento compare una misura presentata mediaticamente come reddito minimo ma in verità si stratta di un sussidio contro la povertà il cui finanziamento è a dir poco ridicolo ovvero 120 milioni di Euro in tre anni. Queste risorse dovrebbero confluire nel fondo contro la povertà che attualmente gestisce la Social Card. La misura è estremamente familista ed destinata ad una platea ridottissima. Non ci aspettavamo di più dal governo dell’austerity, ma una cosa ci sembra fondamentale sottolineare: i tre disegni di legge presentati alla Camera (PD, SEL e M5S) in modo assolutamente divergenti sia come filosofia dell’intervento che come previsioni di copertura economica hanno messo chiaramente in luce almeno tre caratteristiche fondamentali. La prima riguarda il bisogno della governance di dare una risposta spot sul tema del reddito a tutti gli esclusi dagli ammortizzatori sociali e dagli strumenti di protezione sociale. Ci riferiamo alla composizione sociale fatta da milioni di precari, precarizzati, working poor e giovani disoccupati, questo lo vediamo come un segno che il dibattito (a volte confuso ed ambiguo) e la penetrazione sociale della rivendicazione ha tutte le potenzialità per diventare una miscela esplosiva e preoccupante. La seconda caratteristiche riguarda l’impostazione degli schemi di reddito proposti delle diverse forze politiche, completamente schiacciata sui dispositivi di regolazione sociale imposti dall’Europea che obbligano l’Italia ad attivare forme di sostegno al reddito legate a politiche di welfare to work ovvero un welfare condizionale completamente legato a regimi sanzionatori. Dispositivi simili, con risorse esigue, verranno attivati anche attraverso il programma europeo Youth Guarantee il cui baricentro dichiarato è la lotta contro la disoccupazione giovanile e le politiche di attivazione dei cosiddetti NEET. La terza caratteristica riguarda il tema dell’allocazione delle risorse pubbliche, nei tre diversi disegni di legge si parla di investimenti che vanno da 2 ai 19 miliardi di euro, ultimo progetto proposto da M5S. Dall’analisi di questi semplici dati emerge, infatti, che il problema non è di risorse ma di volontà politica. L’obbiettivo del governo dell’austerity è quello smantellare e finanziarizzare il welfare, contrastando qualsiasi provvedimenti di redistribuzione della ricchezza continua a finanziare banche, spese militari ect ect. Tutto ciò accade in un contesto di impoverimento generalizzato di larghi strati della popolazione, l’INPS ha recentemente affermato che il 29% della popolazione, a più di 18 milioni di persone, rischia la povertà, un dato vicino a quello greco, che è pari al 34%. Osservando i dati il paese ellenico è l’unico peggiore dell’Italia all’interno dell’Eurozona.

Crediamo di non essere controrivoluzionari se osserviamo e teniamo conto delle mosse della governance, delle sue statistiche e misure. Ciò che pure pare aver scosso qualche collettivo o singolo testimonial nel dibattito di movimento è il riemergere, per certi versi della neoantica vicenda, “se reddito o salario”. Premettiamo che la contrapposizione tra salario e reddito è non solo politicamente sbagliata ma anche spesso analiticamente e tecnicamente posta male. Soprattutto ci sembra, oltre che fondamentalmente strabico, un errore strategico sganciare il dibattito sul reddito garantito, come rivendicazione e orizzonte di conflitto riappropriativo, da un’analisi complessiva e conseguente, su due punti qualificanti: sul ruolo attuale della moneta, nella sua emissione, controllo politico e sua circolazione, e sulla “nuova” produzione di valore nell’economia finanziaria contemporanea, o più generalmente come si dice: concentrare meglio l’attenzione sulla “crisi economica” che stiamo attraversando.

La crisi del debito come dispositivo di comando sulle trasformazioni del processo di valorizzazione

La crisi è prima di tutto del debito sovrano, crisi della moneta e del suo uso politico, economico, espansivo. La minaccia del debito, il comando del dispositivo di indebitamento infinito con interessi progressivi esorbitanti, sono una pistola puntata alle tempie dei governi, rappresentano una minaccia costante alle scelte di politica economica e di welfare, posto sotto sequestro dalla sua stessa finanziarizzazione (debito peraltro accumulato sulle spalle di tutti i contribuenti dalla corruzione e dal mal governo dei tecnocratici e deipartiti).

Crisi del debito cresciuta dentro le epocali trasformazioni produttive e del lavoro che nell’ultimo mezzo secolo hanno determinato le diverse opzioni del ruolo contemporaneo della moneta e della nuova produzione di valore. Abbiamo più volte sottolineato, né per primi né per ultimi, che la crisi contemporanea crisi sistemica e strutturale è nella sua complessa condizione, ambivalente, obliqua, non solo economica ma anche politica: crisi propria della soggettività, delle istituzioni, della rappresentanza, dei corpi intermedi, partiti, i sindacati, della stessa mediazione fordista e dello stesso welfare state, che vi siano insomma molte crisi nella crisi.

Una contraddizione, un passaggio è però fondamentale, cruciale: quello della misurazione formale e consolidata del valore/lavoro. La crisi finanziaria è sistemica perché è prima di tutto crisi della misurazione del lavoro e della produzione formalmente costituita. Dovremmo ad esempio approfondire la nuova produzione biopolitica del capitale sociale, i nessi tra le forme della valorizzazione capitalistica odierna (cognitiva, digitale, affettiva), l’evoluzione delle tecnologie, della comunicazione, del linguaggio e delle soggettività per cogliere le nuove misure capitalistiche dentro la crisi odierna. Parlare delle trasformazioni produttive oggi per esempio rimanda immediatamente ad internet e al più complessivo e profondo processo di informatizzazione produttiva, uso di nuove tecnologie, il loro impatto dentro il capitale, la loro capacità di permeazione totale del lavoro. Trasformazioni epocali che hanno concatenato terziarizzazione e contestuale deindustrializzazione del tessuto produttivo, ma anche e soprattutto la trasformazione del contenuto del lavoro, non solo nella sua forma prevalentemente immateriale o nelle nuove filiere industriali (basti pensare all’ICT del modo di produrre e quindi lavorare dentro il capitale macchinico odierno): andiamo a vedere com’è composta oggi in termini di forza lavoro la Pirelli ad esempio: non è scomparsa, ma la sua struttura e organizzazione del lavoro è completamente e radicalmente modificata. Dentro queste trasformazioni produttive la precarizzazione diviene il prerequisito di comando, sfruttamento e riorganizzazione del lavoro. Cambiano radicalmente il contenuto, la sua organizzazione, i processi della sua valorizzazione, la sua misurabilità. Ciò non significa che dentro le industrie dell’immateriale vi sia solo lavoro cognitivo altamente specializzato e qualificato, al contrario convivono la materialità e la servitù del lavoro dequalificato precarizzato, tipico dei settori del terziario, ad esempio la logistica, che poi nei settori della produzione immateriale, convergono con i saperi formali ed informali, le competenze o come si dice nella retorica della letteratura del labour market, les skills, l’intelligenza generale del sapere scientifico, dell’uso delle macchine, della tecnologia, dell’organizzazione aziendale. Certamente nella nuova composizione sociale si dà una continua e incrociata mobilità che velocemente accompagna percorsi lavorativi verso l’alto e verso il basso della scala sociale dove spesso si producono scambi di ruolo e di sapere, di salario e di governance all’interno magari della stessa azienda o settore. In questo senso i processi di delocalizzazione delle attività su scala globale non riguardano esclusivamente le attività di fabbrica, ma anche i saperi, le capacità affettive ed emotive cui è chiesto con forza di reggere i ritmi e i ventagli di performatività, sempre più elevati. Oltre e dentro le stesse contraddizioni formali legate ai percorsi formativi, dove la certificazione dei titoli è ormai una variabile dipendente dalle articolate esigenze della nuova organizzazione del lavoro dentro il capitale finanziario.

Nella crisi di misurabilità del valore si rileva anche la crisi del salario. Recentemente l’Ocse ha confermato che i salari italiani sono fra i più bassi d’Europa. Nella classifica stilata gli stipendi italiani sono dietro addirittura dietro Spagna, Irlanda. Milioni di working poor nel nostro paese, con contratti stabili e salari da fame, non arrivano alla fine del mese e continuano ad indebitarsi o a farsi sostenere dai networks sociali o dalle reti familiari, diventate l’ammortizzatore sociale di ultima istanza. Esiste un’enorme responsabilità e complicità dei sindacati confederali che hanno siglato accordi e contratti “rincorrendo il capitale” che si presenta con la minaccia permanente delle delocalizzazioni. Il tutto si compie pur di continuare a funzionare come burocrazie di servizio in difesa del diritto del lavoro, ormai smantellato quasi completamente. La lista di casi sarebbe infinita ci limitiamo a sottolineare uno degli ultimi esempi. Come abbiamo analizzato in un editoriale di indipendenti.eu: recentemente articoli di giornale hanno portato alla ribalta i call center, o meglio l’ennesimo accordo del settore che viene firmato con un forte ribasso. Cgil CISL e Uil hanno proclamato la vittoria contro le delocalizzazioni, perché hanno portato i salari dei paesi in via di sviluppo, per sostenere i profitti degli imprenditori di un paese del G8. La decantata “vittoria” si basa sul riconoscimento del 60% del “minimo tabellare” 1000€ca, per 8h di outbound. Discorso simile potremmo fare per la Fiat e per tante altre vertenze e lotte concluse con accordi al ribasso siglati dai confederali. Andrebbero fatto un bilancio delle importanti lotte sui posti di lavoro che hanno coinvolto centinaia di soggetti nell’ultimo decennio. Dal nostro punto di vista notiamo che senza costruire momenti di generalizzazione collettiva le battaglie esclusivamente vertenziali e settoriali si frantumano contro esternalizzazioni, minacce di delocalizzazione, sedicenti “crisi industriali”. Il risultato è stato lo smantellamento sostanziale del contratto nazionale e l’attivazione dell’anestetico degli ammortizzatori sociali: antichi, iniqui ed arretrati che tutelano una parte minima del lavoro nel nostro paese. Negli ultimi 6 anni di crisi economica sempre più spesso lotte sui posti di lavoro si trasformano in vertenza per il prolungamento degli ammortizzatori sociali ordinario o in deroga. Questo non significa che non bisogna sostenere le vertenze lavorative che si danno dentro la giungla della precarietà, ma comprendendone il portato puramente resistenziale e perdente se non legato ad una lettura generale dell’intero processo. Il nostro scopo è costruire spazi di cooperazione e generalizzazione delle lotte sociali e lavorative. Il nostro obbiettivo è rovesciargli addosso la precarietà che hanno creato.

Il capitalismo non è ideologico va dove lo porta il profitto con ogni mezzo necessario. Ma nei processi di valorizzazione ciò che permette innovazione e maggiore estrazione di plusvalore, è concentrato sul contributo del contenuto immateriale, sia nel processo che nel prodotto finito. Questo è in misura sempre maggiore merce intangibile ed immateriale, basti pensare ai settori produttivi della comunicazione e della cinematografia, per citare due ambiti ereditati dal precedente mondo fordista e senza volerci addentrare in questa sede, ad esempio, sul terreno dell’informazione e dei dispositivi digitali.

Le condizioni e le premesse del divenire, della nascita del capitale, sottintendono appunto che esso non è ancora, ma soltanto diviene” K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, Vol II, La Nuova Italia, Firenze 1997, pag. 80

Quando l’inconvertibilità della moneta in riserva aurea, ovvero del dollaro in oro (scambio fisso definito negli accordi di Bretton woods del 1944) diventa realtà il 15 agosto del 1971 sotto il governo Nixon, si segna la definitiva non misurabilità del valore e della consolidata misura del valore/lavoro. Il denaro diviene la merce egemonica tra le merci, si avvia il processo di finanziarizzazione dell’economia, produzione di denaro per mezzo di denaro. La finanza che è sempre esistita (come sappiamo anche dalla tripartizione marxiana: industria, commercio, finanza), si è ormai posizionata su un terreno strategico ed egemonico che oggi rappresenta il cambio di paradigma, dentro le trasformazioni produttive e del processo di valorizzazione.

La finanza è il capitalista collettivo, la sintesi “come rivoluzione dall’alto della dimensione statuale e monetaria”. La finanza diviene direttamente comando sul lavoro vivo, controllo sulla leva della produzione di valore. Non solo, determina le scelte di politica economica, l’esistenza stessa della stabilità dei governi, spesso lo sentiamo dire dalle nostre parti con un certo cinismo: «E’ l’Europa che ce lo chiede, sono i mercati, è la legge del mercato». Il processo di finanziarizzazione globale dell’economia e la concentrazione di tutte le risorse nelle poche mani del capitalismo multinazionale (e in quanto tale non identificabile con questa o quella entità statuale) è un enorme e continuo processo di svuotamento della sovranità e della democrazia. Quella dei mercati e della finanza è una dittatura globale.

Siamo passati dalla regolazione fordista alla regolazione finanziaria. Dentro tale scenario dobbiamo partire dalle trasformazione produttive e del lavoro nelle società così dette «a capitalismo avanzato», poiché lì viviamo e lottiamo. Possiamo vincere o perdere, in ogni caso dobbiamo saper partire da noi stessi, dalla nostra condizione, dalla nostra soggettività anche per poi fare un’analisi come dire di contesto; vecchia lezione dell’operaismo. Siamo consapevoli che il capitalismo nella sua dimensione globalizzata muove investimenti, risorse e competenze con l’agilità con cui da 40 anni assistiamo alle delocalizzazioni, alle ristrutturazioni delle filiere e della divisione internazionale del lavoro. Con questo non possiamo non assumerci l’onere di spostare l’orizzonte delle rivendicazioni più avanti, là dove possiamo identificare le traiettorie che il profitto traccia in un periodo medio-lungo.

Reddito garantito come salario sociale

Scrivevamo appena questa estate che le tre fondamentali traiettorie sulle quali concentrare la riflessione e lo sforzo teorico e politico dei movimenti e delle lotte in questa fase sono fondamentalmente i seguenti:

i) Il biopotere finanziario, la sua globalità e la sua immanenza (altro che parassitario come sostiene una certa retorica di sinistra!) dentro tutte le articolazioni economiche e  i terreni produttivi, dentro tutte le forme della produzione e della valorizzazione, nemmeno a dirlo dentro la produzione di soggettività; ii) l’impatto di internet e delle nuove tecnologie, delle infrastrutture come nuove industrie del digitale, del materiale e dell’immateriale, impatto e determinazioni non solo legate alla produzione di valore, ma alla stessa rimodellazione della soggettività e spazialità delle forme di vita interconnesse e innervate nelle reti sociali; iii) la ridefinizione del diritto come terreno e ambito di eccedenze e continue cesure di quel sotterraneo potere costituente che già era alternativa alla stessa modernità dell’ordine della legge, delle costituzioni che si sono man mano in Europa avvicendate nelle teorie intorno a quel mostro marino del Leviatano.

Tre ambiti della discussione che tracciano possibilmente un unico ragionamento politico.

Possiamo dire che il dibattito sul reddito e salario deve attraversare trasversalmente questi tre ambiti di riflessione e di analisi e non rinchiudersi in letture sorde alle trasformazioni, peraltro sulla base di una sola parte della monografia marxiana. Tutto avrebbe voluto Marx tranne che vedere i propri lettori appassionati divenire cavalieri dogmatici di contorsioni tecnicistiche o verità dottrinarie al netto disinteresse delle trasformazioni che lo stesso sistema produttivo ha direttamente incarnato avviando le svolte epocali che stiamo vivendo e che Marx certamente poteva intuire ma non prefigurare nel cuore d’Europa a metà del’800, dov’egli viveva.

A noi interessa la soggettività nel capitale non il fermo immagine della sua struttura. Non vogliamo lavorare per una sua ipostatizzazione, che poi funziona come svuotamento e cristallizzazione del conflitto: vogliamo la distruzione della struttura capitalistica. C’è da intendersi su quali sono le forme di sottrazione da un lato e accelerazione della crisi dall’altro, trasformazione e superamento del modo capitalistico di produzione. Rivendicare lavoro utile e dignitoso oppure legare cittadinanza alla lotta di classe nella esclusiva lotta per il salario, è non solo riduttivo quanto fondamentalmente diviene un inseguire il capitale sul suo stesso terreno, riconoscersi dentro l’unico rapporto di comando che il capitalismo ha imposto ovvero quello del lavoro salariato. Il lavoro non pre-esiste all’apparato di cattura, ne deriva e lo raffigura nella sua unica logica, quella del profitto.

Per inseguire poi quale lavoro? Un lavoro sempre più precario, precarizzato, sempre più invisibile, spesso in nero, gratuito, nocivo nei ritmi e nelle materie che elabora, che però oggi costituisce quella condizione generalizzata della precarietà diffusa che è innegabile in quanto costituisce l’unica realtà materiale per intere generazioni di precari, studenti, disoccupati, lavoratori cognitivi, autoctoni e migranti. Una lettura lavorista mistifica quella mobilitazione permanente per il capitale che riproduciamo invece nell’economia contemporanea, dell’uomo per mezzo dell’uomo, continuamente appropriata dal capitale finanziario, che impone ancora retoricamente il paradigma del lavoro come traduzione dei diritti. Non possiamo certo continuare ad andargli dietro sul suo stesso terreno.

E poi di quali diritti? Quelli che puzzano di morte come a Taranto o nel Sulcis dove per il profitto dovremmo accettare supini le briciole in busta paga mentre il senato globale dei rentier del capitalismo finanziario globale se la ride, sapendo bene che è nel «comune immateriale», nella produzione sociale che si crea oggi ricchezza e si estrae il reale profitto. Il plusvalore sociale appropriato dalla rendita finanziaria in rendita privata deve essere rovesciato, riconvertito, ridistribuito subito in rendita sociale per combattere la crisi e costruire il futuro estendendo le pratiche del comune. Vi è una costituzione biopolitica delle lotte da organizzare dentro la precarietà, dentro la cooperazione sociale, dentro i flussi della nuova valorizzazione. Questa moltitudine precaria rivendica reddito incondizionato dal ricatto del lavoro, precario o stabile, sicuramente impoverito. Quindi il reddito come piano riappropriativo, rivendicativo e ricompositivo dell’arcipelago delle tante precarietà, come lotta generale per un avanzamento dei diritti dentro ed oltre il lavoro. Reddito non come strumento di neoregolazione redistributiva ma come riconoscimento pieno della produzione sociale permanente continuamente appropriata dal capitalismo finanziario in forma di rendita privata. Quindi reddito garantito, come salario sociale, estensivo e co-estensivo, che corrisponda a tutte le forme della produzione sociale (affettiva, reticolare, immateriale, cognitiva) ben oltre i perimetri formalmente segnati dal comando capitalista e dall’espropriazione dei dispositivi di cattura e sfruttamento globali della rete e della nuova organizzazione del lavoro. Reddito intero riappropriativo e progressivo, salario incluso, per far saltare i dispositivi del biopotere e della sua governance finanziaria.

Laboratorio Acrobax

 

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