Il governo di Giorgia Meloni ha, da qualche mese, ufficialmente aperto una campagna contro gli spazi occupati, i centri sociali, dichiarandoli sostanzialmente nemici pubblici. Nemici dello Stato.
Lo Stato, dunque non la governance neofascista, ha la necessità di reagire colpendoli criminalizzandoli, chiudendoli, sgomberandoli.
Il governo ha ovviamente costruito una strategia comunicativa in cui indirizza tutte le sue attenzioni e le sue forze per distogliere l’attenzione. Dall’incapacità di gestire un sistema del lavoro che è assolutamente disgregato e in recessione rispetto alla stessa zoppicante Europa; dall’incapacità di mettere in atto politiche pubbliche che garantiscano diritti e garanzie; Distogliere, soprattutto, l’attenzione da quei fondi pubblici che ancora esistono e vengono indirizzati su politiche clientelari, reazionarie e paternalistiche oltre che sul riarmo e la gestione di un regime di guerra più che incipiente.
Al di là di questo primo livello che riteniamo sostanziale, ci sono però altre ragioni per cui la presidente Giorgia Meloni e i suoi fratelli d’Italia (cresciuti tra gli anni 70 e 90) hanno motivo di applicare una stretta repressiva: uno è proprio una rivincita personale, una piccola vendetta contro quel nemico che più volte l’ha contestata silenziata e colpita soprattutto nell’amor proprio.
Voler però leggere questo attacco ai centri sociali esclusivamente come una questione personale sarebbe totalmente riduttivo. E’ vero invece che i centri sociali rappresentano ormai in Italia un soggetto politico presente da nord a sud in moltissimi territori e quartieri, occupandosi e facendosi carico di una serie di diseguaglianze economiche e sociali e provando ad organizzarle.
Inoltre, quegli spazi sociali sono riusciti negli anni anche a costruire reti e connessioni di contenuto, di obiettivi e di pratiche, innescando meccanismi di mutualità e di riconoscimento, di produzione di economia alternativa e di circuiti solidali e di socialità che fanno vacillare l’immagine di luoghi dedicati al consumo di droghe e violenti “brutti sporchi e cattivi”.
Ma in aggiunta a questo c’è da dire che quegli spazi, politicamente, hanno raccolto e rappresentano (con tutte le difficoltà e i limiti) la continuità storica con un movimento operaio e sociale che prende avvio e formalizzazione con il socialismo, il comunismo e l’anarchismo trasformandoli e traducendoli Nell’età contemporanea. Nel presente.
Su questo, ad esempio, sulla manifestazione di Torino molto si è scritto e detto, ma uno dei fatti rilevanti è che una grandissima parte di quelle migliaia di persone che erano in piazza, erano giovani e giovanissimi. I loro legami con la storia degli anni ‘70, e addirittura con le BR, è praticamente nullo; c’è invece un legame con le istanze sociali che quella piazza, come le piazze di settembre e ottobre in sostegno della Palestina e della sumud flotilla, hanno fatto vivere e gridato a gran voce. Noi, come spazio occupato le abbiamo volute vivere, ci siamo stati e ci saremo.
In conclusione, è vero che rappresentiamo una critica e un’alternativa allo Stato nazionale come delineato nel corso dell’ultimo secolo così come la democrazia svuotata di strumenti e senso. Come del resto quel movimento operaio italiano ed internazionalista ci ha insegnato. Fino alle ultime rivoluzioni che il
Movimento dei Curdi ha realizzato e tutt’ora rappresentano.
Anche per questo, ma anche oltre, domani sarà un’importante giornata di mobilitazione in cui saremo: con le compas napoletane e campane contro le minacce di sgombero, innanzitutto di Officina 99; con le compas del Laurentino 38 con uno sgombero esecutivo imminente; con le compas del movimento Kurdo in piazza per la libertà di Ocalan e la difesa della rivoluzione del Rojava.