Expo: torna il partito della paura e ci affoga di debito, cemento e precarietà

Dopo qualche giorno dal 1° maggio, prendiamo parola e lo facciamo a seguito di una condivisione collettiva della piazza milanese a cui, con determinazione, abbiamo partecipato. Una mobilitazione ricca e condivisa da migliaia di persone, frutto di un lavoro lungo e approfondito che i compagni di attitudine no expo – alcuni peraltro di vecchia data e di cui non abbiamo mai dubitato della generosità nell’incentivare percorsi di lotta virtuosi – hanno svolto nei propri territori e in lungo e in largo per tutta Italia. Nei loro occhi in questi mesi abbiamo visto la generosità, umana e politica, di chi prova a mettere a disposizione una data in un percorso più ampio e nell’ottica della collettività di tutti e per tutti.

MaydayNoExpo

 

Il grande e cospicuo lavoro della rete Attitudine No Expo ha fatto sì che sfilassero più di 30.000 mila persone. Un lavoro a partire dall’apertura dei territori, dove la sinergia tra i veri agricoltori a km zero si è fusa con le vertenze antispeciste e dove i ragionamenti sul lavoro gratuito e sull’economia della promessa – a cui i 18.500 volontari di expo stanno, purtroppo, credendo – si sono fusi con le tante esperienze che i movimenti per il diritto all’abitare stanno producendo a livello nazionale. Partiamo, quindi, dall’assunto che per noi questa pluralità di convergenze e istanze di lotta è una ricchezza che va coltivata, va preservata, va nutrita con intelligenza e responsabilità collettiva.

E’ inutile fare una ricostruzione in cui molti, sia nel movimento che dai pulpiti dei media mainstream, si sono già cimentati a fare; ci interessa, invece, riflettere su quelle che sono i risultati politici prodotti da quella giornata.

Due giorni dopo il primo maggio una manifestazione capeggiata da Pisapia, ha sfilato per Milano, non facendo altro che far regredire e diluire i contenuti della Mayday Noexpo, dando sponda a quell’attivazione di piazza che Renzi non avrebbe potuto immaginare o sperare. L’Expo2015 ha, così, trovato i suoi attivisti che si sono assunti la responsabilità di dare corpo a quello che fino ad oggi era rimasto solo nel virtuale dei social network. E alla 20.000 persone che hanno partecipato alla manifestazione di Pisapia, la cui chiave elettoralistica è chiaramente intellegibile, verrebbe da chiedere dove eravate quando Klodian, a soli 21 anni, è morto cadendo da un ponteggio dell’Expo? Dove eravate quando il 23 Luglio 2013 CGIL CISL e UIL hanno firmato l’infame accordo con Expo2015 SpA accettando di “ratificare, per la prima volta nel diritto del lavoro, il ricorso al lavoro gratuito” affossando definitivamente il futuro di migliaia di giovani? Dove eravate quando la Rete No Expo denunciava la gestione mafiosa ed affaristica dei finanziamenti pubblici?

Ma una cosa la dobbiamo dire con chiarezza, quando c’è spazio per la protesta della “maggioranza silenziosa”, significa che ci sono ancora molti vuoti da colmare da parte delle forze anticapitaliste, e quei vuoti vengono riempiti da opzioni conservatrici, quando non apertamente reazionarie.

Parlando di risultati, quindi, quello che rimane è un partito della paura, che sventola lo spauracchio dei “black bloc” e di “duri scontri” per celare l’ipocrisia di una città saccheggiata nella terra, nei diritti, nella dignità e nelle casse. Pensi anche a questo Pisapia quando sceglierà se ricandidarsi o meno, perché le bolle mediatiche sugli scontri si sgonfieranno, mentre la gestione mafiosa, il cemento, i debiti e la precarietà generata da Expo2015 rimarranno come fondamenta dell’area metropolitana di Milano e come caposaldo del nuovo reparto di geriatria che il ducetto Renzi sta costruendo.

E proprio a questo punto siamo fermi da almeno 7 anni, inizio della crisi, in cui una larghissima parte del tessuto sociale italiano rimane assuefatto a galleggiare, pronto a rincorrere la schiavitù di Expo con la promessa di conquistare un lavoro qualsiasi, e a guardare Renzi che riscrive l’inno (e la costituzione) italiana dichiarando la fine del capitalismo di relazione e inneggiando a quello ugualmente spietato e freddo delle meritocrazie multinazionali e della precarietà senza diritti e reti di salvataggio. Neanche quelle famigliari.

sciop_ExpoConflitto senza o contro il consenso?

In questo contesto, da mesi una larga rete si è mobilitata, riuscendo ad organizzarsi, a prendere parola e costruire visibilità su queste tematiche, provando a costruire una complessa analisi di un altrettanto complesso e paradigmatico passaggio rappresentato da Expo.

E qui viene il bello. A che serve discutere e confrontarsi, trovare un terreno comune e provare a incentivare meccanismi di connessione? A che serve, se tanto l’orizzonte è rappresentato dalla morte del capitalismo o dalla vita specchiata in cui, comunque, vale la regola del più spregiudicato? Addirittura dove un gesto, a discapito delle parole e dei pensieri, diviene l’asticella sotto la quale si diventa inutili, riformisti se non direttamente pericolosi nemici?

In una gara costante a chi “ce l’ha più lungo”, noi tranquillamente rifiutiamo l’ansia da prestazione e né abbiamo voglia di dimostrare le nostre capacità. Chi ci ha conosciuto lo sa, chi sarà curioso lo scoprirà. Tutto il resto è, semplicemente, la parte peggiore di quello che qualcuno ha definito porno-riot ovvero pura estetica della distruzione.

Nel nostro agire politico, sia chiaro, le rotture sono considerate più che lecite, a patto però, che esse producano un reale grado di avanzamento nella lotta di classe, incanalando rabbia e conflitto in termini affermativi, creando consenso e processualità nei movimenti. La strategia di contenimento attuata dalla governance a Milano il 1° maggio è stata utile, peraltro, a riabilitare le forze dell’ordine elogiate per la “gestione oculata della situazione” dopo la condanna della Corte europea per le torture realizzate a Genova 2001.

La giornata milanese, quindi, pone o ri-propone una vecchia questione sull’egemonia e sul consenso, oltre che, chiaramente, sulle pratiche. E ci sembra che la lezione, di gramsciana memoria, sia interpretata nel peggiore dei modi, per cui si fraintende la propria visibilità e la propria sovra-determinazione come un’opzione che convince. Se addirittura “la visibilità si conquista a spinta” a scapito di chi è al nostro fianco nelle lotte, anche radicali, a fianco, per mesi, nei processi decisionali, si produce un paradossale rovesciamento in cui l’alleato diventa lo sciacallo giornalistico. E in questo paradosso, il processo decisionale collettivo diviene un ostacolo sulla via della rivoluzione.

Il risultato finale, che prima o poi consigliamo di valutare con occhio distaccato e critico, è che il movimento è spaccato e il resto della prateria a cui si pretende parlare rimane, ancora una volta, in secondo piano.

Quindi la questione di consenso posta a Milano, non è tanto riscontrabile in quello mancante della società civile che i media mainstream prontamente strombazzano, ma quello contro cui ci si è attivati.

E’, infatti, con quel consenso minimo costruito in mesi di assemblee di movimento con cui si dovrebbe far i conti. In questo paradosso (o miseria?) quella dicotomia tra morte e vita, posta ad esempio da Berardi Bifo, diviene inutile e novecentesca quanto sfilare per diritti e costituzione, perché è un gioco a somma zero.

La pentola a pressione (pratiche e conflitto)

E lungi da noi aver trovato una qualche risposta, continuiamo a trovare, invece, molte domande.

Una delle prime riguarda le pratiche e il loro senso politico nella volontà di costruire movimento per il conflitto e la trasformazione. A tal proposito, ci interroghiamo da ormai diverso tempo, sul perché si continuano a costruire pentole a pressione in cui nessuno è comodo per scegliere le pratiche che preferisce.

Perché non pensare, come avviene sempre più frequentemente nelle esperienze più virtuose in Italia e in Europa, a lavorare per costruire un piano politico trasversale sui contenuti, che possa rappresentare ed essere condiviso come piano politico e sociale, riconoscendo cittadinanza a tutte le pratiche conflittuali? Perché non superare noi stessi in primis la divisione in “buoni” e “cattivi” scegliendo di costruire momenti differenziati in cui tutti, in un verso o nell’altro, siano costretti a confrontarsi per non sfuggire alle proprie responsabilità politiche?

E’ per noi necessario sprovincializzare l’Italia per connettersi ai movimenti e alle reti internazionali, costruendo spazi transnazionali di opposizione all’austerity, così come avvenuto a Francoforte nella giornata di mobilitazione di Blockupy durante i blocchi e la manifestazione contro l’inaugurazione della nuova sede della BCE. Per questo come Scioperiamo Expo ci siamo diretti verso la sede dell’Unione europea, con l’obiettivo di denunciare la violenza delle politiche di austerity imposte dalla Troika.

Probabilmente se riuscissimo ad evitare alibi del “troppo violento o troppo poco”, riusciremmo anche a costruire un processo politico centrato sui contenuti, da animare con differenti attitudini e senza agitare retoriche schermaglie. Avere il coraggio di intraprendere scelte in una chiara composizione politica di classe, a partire anche da questo.

Manifesto_sciop_expoScioperiamo Expo

Dunque torniamo dall’esperienza milanese con la convinzione che un difficile lavoro ci attende e, ammettiamolo, con un discreto amaro in bocca. Abbiamo imparato sulla nostra pelle che la rabbia sociale è solo uno dei parametri e spesso, purtroppo, è anche inesatto.

Sappiamo che molto si sarebbe dovuto fare, innanzitutto sul piano del lavoro precario e volontario, ma che, noi per primi, non abbiamo avuto la capacità di portare avanti fino in fondo. Eppure sappiamo che il paradigma di Expo è il paradigma – anche quello del controllo – con cui ci confronteremo da oggi in poi. A noi la capacità di intraprendere un percorso ambizioso, che non solo punti ad incendiare quella prateria, ma a costruire quella vita che vorremo contrapposta alla morte del capitalismo. Una vita che non vogliamo riempire di feticci, ma riempire di capacità attiva all’insubordinazione così come di riappropriazione di spazi decisionali diretti, oltre che alla costruzione di cooperazione sociale.

Non è più il momento di dare lezioni ma di imparare a costruire una sfera orizzontale che sappia produrre, a partire da quello e senza scorciatoie (tanto meno di tipo elettorale), eventuali verticalizzazioni.

Noi, nel nostro piccolo e per quel che valiamo in questa fase di movimento difficile, complicata e pesante, abbiamo deciso di aderire e portare il nostro contributo allo spezzone Scioperiamo Expo, insieme agli attivisti dei laboratori dello Sciopero Sociale. E lo abbiamo fatto perché da mesi, insieme a tante altre realtà nel territorio nazionale e reti internazionali stiamo cercando di ri-significare la pratica dello sciopero che in questa fase storica vediamo praticabile solo nelle forme di uno “sciopero sociale”. Ovvero un assioma linguistico in cui “la parola sciopero sottintende il fatto che è di forza di produzione di lavoro (precario se non addirittura gratuito) di cui stiamo parlando, mentre sociale implica che sono tutti gli aspetti ed ambiti della vita ad esserne coinvolti rendendo la condizione precaria l’elemento dirimente dello stesso sciopero”.

Uno “scioperiamo Expo” che allude ad uno sciopero dentro e contro la precarietà, contro lo sfruttamento intensivo, il business della disoccupazione giovanile (Garanzia Giovani) e la codificazione del lavoro gratuito imposta dai sindacati concertativi. Uno sciopero transnazionale, che blocchi realmente i flussi produttivi, contro tutte quelle forme plurali di lavoro gratuito che nell’era del capitalismo cognitivo siamo costretti a subire. Uno sciopero contro quel dovere imposto di mostrarsi sempre disponibili, flessibili e occupabili a costo zero come se fosse meglio essere schiavi a termine piuttosto che poveri senza un futuro e prospettive.

Noi scegliamo questo processo per costruire quei terreni comuni, di sperimentazione e confronto, uno spazio collettivo e sociale che sappia essere spazio politico, senza dover azzerare le differenze in un supposto soggetto politico.

Il nostro modo per continuare la nostra attitudine NoExpo.

Il nostro modo per affrontare un modello provando a costruire un tempo da battere, che sappiamo né veloce né immediato, ma che sia nostro.

Esprimiamo tutta la nostra solidarietà agli attivisti arrestati, nessuno deve rimanere da solo, soprattutto in un momento in cui vengono richieste “condanne esemplari”, insistendo sull’infame reato di “devastazione e saccheggio”. Tutti Liberi/e.

Indicom – Indipendenti per il comune: Laboratorio Acrobax, Alexis Occupato

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